Intervista a Rosy Bindi: “Sanità integrativa? Nuove regole o si rischia di scardinare il Ssn. E per il Sud un Piano Marshall sanità”

L’ex Ministro della Salute anticipa alcuni dei temi che saranno affrontati domani a Firenze nel convegno dell’Associazione Salute Diritto Fondamentale di cui è tra le fondatrici. “Dobbiamo cercare di capire cos’è la sanità integrativa e quanto realmente incide sui bilanci delle famiglie e sul bilancio pubblico”. E poi sul progetto autonomista: “Le regioni che stanno chiedendo autonomia in sanità, a parte il pericolo che ciò possa aumentare le disuguaglianze, sostanzialmente chiedono mano libera su aspetti che interessano a tutto il Paese”

Sanità integrativa? “Vogliamo conoscenza del fenomeno e nuova regolamentazione, non vogliamo che si apra una via surrettizia con la quale minare i principi cardine del servizio universalistico, avallando nuove e più gravi disuguaglianze”. A parlare è l’ex Ministro della Salute, Rosy Bindi che, in questa intervista alla vigilia del convegno organizzato dall’Associazione Salute Diritto Fondamentale di cui è tra le fondatrici, affronta di petto il tema del secondo pilastro in sanità.
 
Bindi parla anche del nuovo Governo e del Ministro Speranza: “Un Ministro politico è una scelta positiva” e si augura “un’interlocuzione proficua” anche se chiarisce: “Non ci sono governi amici o nemici, le nostre proposte, sia chiaro, non cambiano”.
 
E poi sulle autonomie: “Il paradosso è che si chiede più autonomia per affrontare nodi che sono in realtà di tutto il Paese”.
 

Onorevole Bindi partiamo dalla sanità integrativa che dà il titolo al vostro evento di domani a Firenze. L’impressione è che negli anni il cosiddetto secondo pilastro sia stato lasciato crescere senza guida e oggi sia ‘terra di nessuno’…
Guardi più che ‘terra di nessuno’, mi viene da dire che è diventato ‘terra di qualcuno’. Ma a parte le battute il punto è che siamo di fronte a un territorio sconosciuto ai più ma ampiamente solcato da chi invece sta perseguendo un disegno di sanità che non ci convince e che riteniamo molto rischioso per la tutela della salute di ogni cittadino.
 
Nel Patto per la Salute si prevede una revisione della normativa. Suggerimenti?
Noi pensiamo che si debba partire da pochi e semplici punti. Prima di tutto dobbiamo cercare di capire cos’è la sanità integrativa: dobbiamo avere consapevolezza della portata del fenomeno, della sua articolazione e di quanto realmente incide sui bilanci delle famiglie e sul bilancio pubblico. Anche per sfatare il mito che la sanità pubblica pesa sulle tasche degli italiani mentre la sanità integrativa sarebbe gratuita. Insomma, i cittadini devono capire di cosa stiamo parlando.
 
Sul tema c’è un’indagine conoscitiva in Commissione Affari sociali alla Camera…
Credo che vada completata e forse anche il Governo dovrebbe giocare un ruolo più attivo.
 
Questa mancanza di conoscenza che rischi comporta?
Che il Servizio sanitario nazionale possa subire una mutazione genetica senza che vi sia una volontà politica e popolare. Si sta delineando un doppio canale di finanziamento ma gli italiani sono d’accordo? La Legge 833/78 è stata frutto di un grande movimento di partecipazione, il Paese scelse di abbandonare il sistema mutualistico e di imboccare la strada di un modello universalistico. Anche adesso il cambiamento che rischia di provocare il passaggio a un finanziamento su due pilastri dovrebbe venire da una scelta consapevole di tutta la comunità. Si crei almeno un dibattito intorno al tema in modo da farlo uscire dalla clandestinità.
 
Ma il Ssn può continuare a reggersi solo con la fiscalità generale?
Secondo noi basta un solo pilastro o quantomeno con una piccola integrazione che nella Riforma 229/99 identificavamo come fondi integrativi ‘Doc’ proprio perché davvero integrativi. Naturalmente questo comporta che le risorse pubbliche che in questo momento vengono utilizzate per finanziare il secondo pilastro vengano riportare all’interno della sanità pubblica.
 
Stop agli sgravi fiscali?
Sia chiaro, non siamo contrari a prescindere, sabato presenteremo alcune esperienze positive. Ma la politica deve scegliere. Vogliamo conoscenza del fenomeno e nuova regolamentazione, non vogliamo che si apra una via surrettizia con la quale minare i principi cardine del servizio universalistico, avallando nuove e più gravi disuguaglianze. Penso per esempio al Welfare aziendale dove il cittadino torna ‘lavoratore’ di fronte alla sanità, con tutele differenziate, e non è più ‘individuo’ come dice l’art. 32 della Costituzione, una persona con diritti universali e inalienabili.
 
Crede che questo nuovo Governo, soprattutto con un Ministro della Salute che sembra viaggiare sulla vostra lunghezza d’onda di idee e principi, possa veramente far tornare la sanità pubblica in cima all’agenda?
Per me è una scelta positiva un Ministro politico. Certo, anche in passato ve ne sono stati ma in questo caso Speranza è un capo politico di una componente dell’Esecutivo ed è quindi in grado di chiedere al Governo che la sanità diventi una priorità o perlomeno che non sia in coda all’agenda. E i primi segnali si sono visti, penso ai 2 mld in più e all’abolizione del superticket. Per la nostra Associazione è un’occasione per dare vita ad un’interlocuzione proficua. Anzi, le dirò saremo anche più esigenti. Dopo di che non ci sono governi amici o nemici, le nostre proposte, sia chiaro, non cambiano.
 
In ogni caso questo Governo non ha di fronte sfide agevoli…
È vero, la sfida è difficile dopo anni di non governo del sistema, ma siamo ancora in tempo. Sono trascorsi 40 anni dalla Legge 833, 20 anni dalla 229, ecco ora è arrivato il momento di una nuova riforma che rilanci il Ssn anche attraverso un vero e proprio Piano Marshall per il Mezzogiorno.
 
Tra i temi caldi c’è quello delle autonomie. Che posizione avete?
Il problema più grande del regionalismo sanitario è stata la mancanza di un governo centrale e anche di un Parlamento che facesse le leggi per un sistema semi-federale. Il tema non è per esempio fare le leggi sui defibrillatori ma è quello di fare norme per monitorare bene i Lea.
Non voglio entrare nei dettagli, ma le regioni che stanno chiedendo autonomia in sanità, a parte il pericolo che ciò possa aumentare le disuguaglianze, sostanzialmente chiedono mano libera su aspetti che interessano a tutto il Paese.
 
E quindi?
Anziché dare autonomia all’Emilia Romagna, al Veneto e alla Lombardia, per esempio sul personale, perché non si fa questo per tutta Italia? La Calabria ne ha forse meno bisogno?
 
Forse ne ha anche di più…
Il paradosso è proprio questo: si chiede più autonomia per affrontare nodi che sono in realtà di tutto il Paese.
 
Ci può anticipare qualche altro tema su cui come Associazione fare un approfondimento?
Sicuramente quello dell’integrazione socio-sanitaria, uno dei problemi maggiori che genera disuguaglianze. 
 
Luciano Fassari
intervista tratta da Quotidiano Sanità

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