«Cosi lasciano ai privati la sanità dopo il Covid»

Intervista a Rosy Bindi di Daniela Preziosi, Domani 19 dicembre 2020

Fra le tante storie della sua storia di politica, Rosy Bindi è stata ministra della Sanità nei governi Prodi e D’Alema, dal 1996 al 2000. Ed è la madre di una riforma tuttora in vigore. Anche per questo è fra i promotori di un appello il cui titolo dice molto: Piano nazionale ripresa e resilienza, uno schiaffo alla sanità pubblica. In poche ore migliaia di adesioni di personalità e associazioni, anche istituzioni.

Presidente Bindi, la notizia di soli 9 miliardi destinati ala salute dal Recovery fund è una doccia fredda, in piena pandemia. Poi il governo ha promesso altri fondi. Come si spiega una cifra di partenza così bassa?

È uno schiaffo, appunto. Anche rispetto agli annunci e alle attese. A prescindere dalle devastazioni causate dal Covid, alla sanità pubblica di questo paese per colmare i deficit finanziari che hanno prodotto mali strutturali, servirebbero almeno trenta miliardi. Era la cifra indicata anche dal ministero. Se non ora quando? Se non si prende l’occasione della pandemia per rafforzare la scelta del 1978, un sistema universalistico, è evidente che la scelta è un’altra. Consapevole o meno. È andare verso un cambiamento di sistema. Ed è miope anche dal punto di vista della crescita. I finanziamenti alla sanità sono un investimento: è un settore produttivo, ha intorno un sistema industriale, infrastrutture, ricerca e professionalità, ma soprattutto la salute è un investimento di per sé. I 9 miliardi sono incomprensibili a meno che—a pensar male si fa peccato ma ci si indovina—non si voglia approfittare della situazione per rassegnarsi a un sistema a due pilastri, dove a carico della sanità pubblica ci sarà la cura delle grandi patologie e tutto il resto è affidato a forme integrative, assicurative e quant’altro.

Sarebbe l’esatto contrario di quello che dice il governo, e un po’ tutti: menomale che l’Italia ha un sistema universalistico pubblico.

Non solo. Abbiamo visto come i sistemi regionali abbiano retto in modo differente all’impatto della pandemia. Hanno retto meglio quelli che applicano i principi e i modelli organizzativi del sistema universalistico, l’integrazione con il territorio, la presa in carico delle fragilità.

La sua riforma, vent’anni fa, voleva mettere ordine fra sanità pubblica e privata. Siamo ancora di fronte a questo problema. Missione non compiuta?

La riforma del 1999 dei governi di centrosinistra non poteva prescindere da quello che era accaduto con il decennio precedente, l’era De Lorenzo, ma si pose l’obiettivo di riattualizzare la riforma del 78 che aveva istituito il Servizio sanitario nazionale. Ma il percorso di attuazione si interruppe. Intanto con la mia sostituzione. Poi subentrò il nuovo Titolo V della Costituzione. Da lì è mancato un centro coordinatore dell’applicazione della riforma, sia per la regolazione dell’attività professionale intramoenia dei media, sia per il rapporto fra ospedale e territorio, sia per l’integrazione sociosanitaria con la creazione delle strutture territoriali. Dove la legge è stata attuata i sistemi regionali hanno retto meglio. Dove no, o è stata stravolta con sperimentazioni capricciose, c’è stato l’indebolimento del sistema. Sia chiaro: la legge è ancora legge dello stato. La Corte Costituzionale non l’ha cancellata. Applicarla aiuterebbe.

Come si spiega che II ministro della Salute Roberto Speranza, di fronte alla notizia dei 9 miliardi, quasi non ha protestato?

Non me lo spiego. A Speranza do la sufficienza per come sta gestendo la pandemia. La valutazione complessiva al suo operato la darò quando, superata la pandemia farà davvero il ministro della sanità. E se non si fa ascoltare adesso, anche per accedere ai fondi del Mes, non avrà la possibilità di fare il ministro dopo. Potrà solo amministrare un quotidiano molto compromesso. Non avrà la forza di proporre le riforme emerse come necessarie. Prima fra tutte, rivedere l’applicazione del Titolo V: non abbiamo più un Servizio sanitario nazionale ma una sommatoria di 21 servizi regionali, che non danno lo stesso risultato. Ci vuole il coraggio di capire quali modelli organizzativi funzionano, e quali no. E cambiarli. Non con imposizioni ma con un confronto fra i modelli e i loro risultati nella sede propria, la Conferenza stato-regioni.

Crede che il governo Conte possa imbarcarsi nella riforma costituzionale che serve per cambiare il Titolo V?

Non c’è bisogno. L’applicazione del Titolo V è stata fatta in assenza di una guida nazionale vera, ministeriale e di governo, e persino di parlamento: perché il parlamento italiano non sa che vuol dire legiferare in un sistema a regionalismo forte, quasi federale come il nostro. Le camere non devono fare le leggi sui defibrillatori per mettersi una medaglietta, devono fare le leggi di principio, stabilire i livelli essenziali di assistenza. La tutela della salute è una materia concorrente fra parlamento e regioni. A questa voce vanno ricondotti non solo le profilassi e le vaccinazioni ma anche i principi del sistema universalistico. In questi anni il parlamento ha abdicato alla sua funzione. E il ministero, reso debole, non ha avuto la forza armonizzatrice del sistema nazionale, con presidenti che si sentono padroni del territorio, in virtù dell’elezione diretta. Ma non si gestiscono da una regione le pandemie globali. Dopodiché, certo, un cambiamento della Carta aiuterebbe. Ma sappiamo quanto complicato sia, salvo le modifiche populistiche e demagogiche della riduzione del numero dei parlamentari. Nell’attuale Titolo V c’è tutto lo spazio per recuperare maggiore coordinamento.

Un governo cosi debole è in grado di affrontare i presidenti, i sedicenti governatori?

Vedo che c’è debolezza politica. Ma c’è la forza della realtà. Dice papa Francesco che peggio del virus c’è solo non imparare la lezione. Ci può essere il governo più debole del mondo, ma ci sono le condizioni, l’evidenza che è necessario avere il coraggio di intervenire. Con il nostro appello faremo mobilitazione. Serve creare un’opinione pubblica. Anche il governo non dovrebbe limitarsi alle gestioni commissariali. Nel progetto del futuro del paese non può mancare il capitolo sanità. Quando si perde la salute si ferma il mondo, se non lo abbiamo capito adesso non so cosa altro deve succedere. Capisco la debolezza politica ma non chi non fa la sua parte.

A proposito di parti, eravamo preparati alla seconda ondata?

Non c’è stata soltanto l’estate con le discoteche aperte. Per carità abbiamo usufruito volentieri delle aperture poi c’è chi l’ha fatto rispettando le regole e con le mascherine e chi no. Ma tutti hanno ironizzato sul commissario della Calabria che ha detto “e che sono io che d devo pensare?”. È stato ingenuo a dirlo, uno sprovveduto. Ma quanti sono quelli che dicono “ma che è compito mio?” Di fatto nessuno ha fatto il piano per la seconda ondata.

Oggi il commissario Domenico Arcuri dice che il piano vaccini è pronto.

Mi sentirei più rassicurata se il vaccino fosse affidato all’Istituto superiore di sanità. Una cosa è la logistica, ma siamo di fronte alla più grande campagna di vaccinazione della storia. Io mi fiderei del volto di un’autorità sanitaria, non di un commissario. E credo valga per tutti gli italiani. Non bisognerebbe sottovalutarlo, perché fa effetto una donna come Angela Merkel quando parla in quel modo dei morti?

Dica lei: perché?

Perché l’aspetto comunicativo è tutt’altro che indifferente. L’affidamento è molto importante.

Sta parlando dell’autorevolezza, della credibilità?

Quando sento i numeri, e penso a una vaccinazione globale, la mia domanda è: questo mondo, questa Europa e questa Italia, dove crescono le disuguaglianze, saranno in grado di assicurare vaccinazioni secondo criteri di uguaglianza e giustizia? La domanda non riguarda solo l’Africa e il Brasile, anche noi.

Gennaio sarà il mese del Recovery fund e delle vaccinazioni. Anche della caduta del governo?

Io non aedo che si vada a votare. Ma quando al tavolo da gioco c’è un baro, o quanto meno un bluffatore, è sempre difficile sapere come finisce la partita. Anche al più abile, può scappare di mano. Non è una fase in cui la politica brilla di capacità strategiche, ma questa incertezza proprio non dovremmo permettercela.

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