Politiche industriali, riflessione a margine della pandemia

di Paolo Rappuoli

Maggio 1980: iniziavo la mia esperienza professionale all’interno dell’industria farmaceutica. Fui assunto, dopo una selezione, dall’Istituto Sieroterapico e Vaccinogeno Toscano “Sclavo” di Siena; prima destinazione un gruppo che si occupava di elettrochimica all’interno del moderno Centro ricerche. In seguito sono stato impiegato in un laboratorio di chimica organica sempre all’interno del Centro ricerche; poi nella ricerca e sviluppo per la produzione sperimentale di una proteina con funzioni nei processi antivirali naturali; infine nella nascita del Centro di Sviluppo Biotecnologie alla cui base erano poste le allora innovative tecniche di ingegneria genetica. Un periodo esaltante per la mia formazione professionale e per la qualità dei rapporti con tanti che, prima che ex colleghi, ancora oggi considero amici. Sono stati anni che mi hanno consentito di osservare e di vivere sulla mia pelle l’involuzione di un settore dell’industria che oggi avvertiamo come fondamentale ma al tempo stesso scomparso in Italia e piegato, non solo da noi, a logiche di mercato e macchinazioni geopolitiche.

Gli anni ’80 e ’90 hanno visto la nascita delle Big Pharma; i loro interessi e la macrofagia conseguente hanno progressivamente sostituito gli obiettivi pubblici delle politiche farmaceutiche: oggi nell’occidente europeo non esiste più alcun istituto pubblico o che svolga (come ha fatto per anni lo Sclavo in Italia) quelle funzioni traendone profitto, ma garantendo la fruibilità di un bene comune. Rimangono, per motivi facilmente comprensibili, presidi pubblici nell’est post-comunista, retaggio di un approccio ideologico che oggi consente a più di un leader politico di usare la politica industriale farmaceutica come posizionamento internazionale, come “orgoglio” nazionalista.

La storia che ho vissuto inizia con l’Eni; nel 1980 lo Sclavo ne era parte da qualche anno. Quanto quella scelta politica fosse frutto di una consapevolezza del ruolo fondamentale della farmaceutica, non saprei dire; è però indubbio che fu un periodo proficuo dal punto di vista dell’innovazione tecnologica e industriale. Seppur passando da una joint venture con Dupont e dalla fusione tra Enichem e Montedison, lo Stato investì e innovò tantissimo in questo settore: quanto meno una dote eccezionale. Forse residuava ancora un barlume di lungimiranza,  ma, complice il fallimento dell’operazione Enimont, nel luglio 1990 lo Sclavo fu svenduto al gruppo Marcucci per 100 miliardi di lire. Con smembramenti successivi Marcucci conservò il settore degli emoderivati consolidando la posizione di monopolista italiano del settore,  la produzione dei vaccini fu ceduta per 77 miliardi a Ciba-Geigy e Chiron, la diagnostica a Bayer per 56 miliardi. Il tutto in poco più di cinque anni. Investimento eccezionale, con una remunerazione stratosferica: oltre il 30%, senza considerare gli emoderivati e qualche importante operazione immobiliare collegata. Complimenti (amari) all’investitore, bocciatura sonora all’Eni ente pubblico economico fino al 1992 e come tale sottoposto al controllo del ministero delle partecipazioni statali, che permise la svendita. Il periodo era quel che era, purtroppo, e il risultato fu l’ingresso del know-how esistente nel circuito delle Big Pharma e la fine di una politica industriale di settore degna di questo nome, nonostante gli investimenti pubblici realizzati per ben 14 anni. E non è assolutamente consolante constatare che la medesima sorte è toccata anche ad altri settori.

Nel caso dello Sclavo, fu svenduto un settore che vantava di essere quello scelto da Sabin per produrre il vaccino antipolio (esportava anche nel Regno Unito, nemesi delle vicende odierne sul Covid…), che aveva garantito per decenni le necessità vaccinali pubbliche (tetano, difterite, influenza); che, grazie agli investimenti pubblici, era riuscito a compiere il salto tecnologico verso le nuove frontiere dell’ingegneria genetica. Non tutta la conoscenza e l’esperienza sono andati perduti, ovviamente, e il territorio senese vanta ancora oggi una legacy importante, ma la programmazione industriale è –ad oggi pare anche irrimediabilmente- in mano a gruppi ristretti di investitori di mercato.

Quell’enorme supermercato della farmaceutica occidentale, abbandonato dal pubblico, ha ingoiato –non solo in Italia- conoscenze, competenze e brevetti, trasformando questo settore in un risiko oligopolistico transnazionale. In sintesi, oggi osserviamo un comparto ridisegnato dal neoliberismo, che ha di fatto ridotto la capacità di reazione di fronte ad emergenze quali il Covid e sottoposto la salute pubblica a speculazioni finanziarie e geopolitiche. Spesso sentiamo affermare che il post-Covid dovrà indurre un cambiamento di paradigma… Ecco, questo è un campo su cui recuperare e invertire la rotta.

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